Investimenti Territoriali Integrati e Partenariato Pubblico Privato, pt. 1 – Intervista a Sergio Gallo

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Pubblichiamo oggi la prima parte dell’intervista a Sergio Gallo, laureato in Management for International and Government Organisations, che ha dedicato la sua Tesi agli I.T.I. e al nostro progetto Smart Land In Valmalenco.

  • Come hai conosciuto CISA e cosa ti ha spinto a voler approfondire i temi di cui ci occupiamo?

Ho incontrato CISA nel mio percorso professionale in REFE e, in particolare, i motivi per cui ho deciso di fare una Tesi sugli Investimenti Territoriali Integrati essenzialmente sono due.

Innanzitutto il fatto che si tratta di un modello che non avevo mai sentito prima e che, iniziando le prime ricerche, effettivamente non ha grande riscontro nella pratica. Infatti l’I.T.I., come strumento introdotto dall’Unione Europea, è definito in maniera un po’ vaga che può quindi essere applicato in tantissimi modi in base alle specificità dei territori. Quindi diciamo che non c’era un modello standard, l’ho apprezzato e l’ho trovato utile per la società, oltre ad essere oggettivamente un’idea interessante proprio in termini di strategia di business.

Il secondo motivo è che si tratta di un modello di collaborazione nuovo, scalabile e con una dimensione territoriale importante anche per il livello di impatto, un modello interessante e funzionale che quindi ben si prestava per una tesi per un corso di laurea in Management for International and Government Organisations (Management per la Pubblica Amministrazione).

  • Cosa significa per te sviluppare un territorio?

Non avevo una visione di sviluppo territoriale prima di conoscere CISA e di iniziare gli approfondimenti per la Tesi addentrandomi nella letteratura (che non è strettamente accademica perché è una disciplina molto nuova, quindi i materiali provenivano da diverse fonti, soprattutto documenti ufficiali). Quindi sono partito da lì, perché non avevo una mia visione personale di che cosa significa sviluppare un territorio. La cosa bella, però, è stata ritrovare nell’approccio teorico una coerenza fra il modello che voi proponete e sviluppate sui territori e quelle caratteristiche che erano state individuate nella letteratura a partire da 10 anni fa fino ai documenti pubblicati nel 2023.

La convergenza di queste cose ha poi creato quella che adesso per me è la mia concezione di sviluppo di un territorio, che parte da una constatazione innegabile: lo sviluppo sostenibile. Oggi parliamo tantissimo di questo concetto, ma un modello di sviluppo che sia realmente sostenibile deve ottenere un impatto dove lo può massimizzare. Questo significa agire su scale territoriali sempre più piccole perché abbiamo tantissima programmazione e tantissime strategie che però vengono scritte, elaborate e pensate a livelli internazionali e nazionali, dopodiché c’è una cascata di livelli di implementazione in cui tutta questa visione rischia di perdersi o comunque di frammentarsi. Abbiamo un modello di sviluppo, ma non abbiamo lo sviluppo: cioè concretamente i territori restano comunque fermi a quindici anni fa. Quindi per me sviluppare un territorio significa essenzialmente combattere delle disuguaglianze che nel mondo di oggi hanno una distribuzione geografica precisa e che persistono fra i territori, tra Nazioni, tra Regioni, all’interno della stessa Regione e all’interno di una stessa Provincia (banalmente col divario che c’è tra le aree urbane, che ora stanno perseguendo modelli di sviluppo sostenibile a ritmi un po’ più sostenuti, e le aree invece più periferiche, le aree rurali, che restano invece abbastanza ferme). La dimensione territoriale dello sviluppo sostenibile deve quindi per forza, a mio avviso, tenere in considerazione queste ultime perché nessuno dovrebbe sentire il bisogno di dover lasciare casa propria.

Tutto deve nascere ed evolversi in funzione di un territorio, delle persone che lo abitano e della relazione che intercorre fra queste due.

Io mi sono innamorato di questa visione anche per il mio trascorso personale da palermitano: vengo da una grande città e un contesto abbastanza agiato, ma ho comunque sentito l’esigenza di andarmene, il che mi è costato molto da un punto di vista psicologico e affettivo, oltre che economico. Questo non perché non potessi sopravvivere altrimenti, ma perché non vedevo l’opportunità, e non la vedo tutt’oggi, di sviluppare una carriera come l’avevo pensata e nel settore che avevo pensato, per il semplice fatto che non è presente quel mercato… se ci fossero condizioni diverse tornerei, anche tra non molto.

Per sviluppare un territorio, oggi, l’obiettivo deve essere quello di comprendere queste dinamiche, di sfruttare appieno tutte le opportunità economiche e strategiche presenti a livello nazionale e internazionale, ma programmando per e con i territori e le comunità che li abitano, supportando le Amministrazioni.

Sono queste ultime, infatti, a svolgere un ruolo chiave e centrale per portare a compimento lo sviluppo di un territorio: lo sviluppo può verificarsi appieno solo se le Amministrazioni che lo gestiscono sono messe nelle condizioni di poterlo continuare a fare “in autonomia”, supportate sempre dalla loro rete di stakeholder ma senza dover dipendere da un partner privato, se non per un periodo iniziale di trasferimento del know how.

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