Concludiamo l’intervista a Sergio Gallo, che ringraziamo molto per la disponibilità e a cui rinnoviamo le congratulazioni per la sua Laurea in Management for International and Government Organisations.
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- Uno dei punti cardine della tua Tesi riguarda il Partenariato Pubblico Privato. In che modo, secondo lo studio che hai fatto, il PPP può fare la differenza per rilanciare le infrastrutture e i servizi del domani?
Il punto è informare le Amministrazioni riguardo alle opportunità che esistono, per poi supportarle a livello territoriale nel comprendere, fare proprio e implementare questo approccio insieme agli stakeholder, aumentando la fiducia nell’Amministrazione e nella sua capacità di collaborare, che sia con un partner privato o con altri portatori di interesse, per disegnare delle politiche efficienti, efficaci, d’impatto. Il ruolo del privato in questo senso è quello di accelerare questo processo, soprattutto se parliamo di quei business che lavorano nella knowledge economy, cioè società di consulenza strategica, sulla gestione della performance, etc..; quella parte del terziario che si occupa di offrire servizi alle Pubbliche Amministrazioni può ricoprire un ruolo fondamentale in questo processo di generazione di valore condiviso, che è poi il fulcro della collaborazione pubblico-privata.
L’obiettivo è di massimizzare il valore che riusciamo a creare, un valore che però sia condiviso, e che quindi rappresenti un’opportunità di profitto per l’attore privato che mette a disposizione del pubblico la propria conoscenza, le proprie capacità, le proprie infrastrutture e, in questo caso, anche la metodologia (che forse è l’asset più importante che CISA mette a disposizione), oltre chiaramente alle competenze… e che allo stesso tempo consente anche alle Amministrazioni di creare maggior valore a parità di spesa.
Non si tratta di creare dipendenze, ma di attivare dei circoli virtuosi incubando e accelerando questo processo di sviluppo territoriale, e di lasciare in eredità al territorio non solo una lista di progetti (alcuni avviati e alcuni conclusi), di nuove infrastrutture o nuovi servizi, ma soprattutto di consegnare al territorio un’infrastruttura più immateriale: una nuova Amministrazione che, durante questo percorso, abbia aumentato le proprie competenze, il proprio interesse e la propria consapevolezza sulle opportunità che vengono offerte dai diversi framework, in questo caso soprattutto dall’Unione Europea.
- La partecipazione è un elemento forte emerso nella tua Tesi, sul quale oggi si sta discutendo molto anche perché sono ancora pochi i modelli efficaci. Qui entra in gioco la tua esperienza professionale, quali ritieni siano gli elementi chiave di una partecipazione efficace?
Nella Tesi ho scritto “l’informazione è una precondizione per la partecipazione”: cioè prima viene l’informazione e poi avviene la partecipazione. Questa non è una mia opinione, in realtà è un concetto che è stato reiterato più volte, anche dalle recenti linee guida dell’OCSE per lo stakeholder engagement, che propone proprio questo criterio, e che è quello che cercheremo di adottare anche noi di REFE. Si tratta di un approccio incrementale: innanzitutto parte dall’informazione, poi consente la possibilità di un confronto, quindi di ottenere dei feedback e dei suggerimenti, per poi arrivare alla vera e propria partecipazione, quello che è davvero lo stakeholder engagement.
La parola engagement è un po’ abusata a volte… infatti organizzare una conferenza o un evento in cui semplicemente si comunica e si racconta non è engagement. Con engagement intendiamo dei veri e propri percorsi partecipativi in cui, ad esempio, un cittadino interessato all’I.T.I. può dire la sua, e la sua opinione conta perché non è considerata soltanto un mero feedback, ma può incidere sulla decisione finale. La vera sfida di questo tipo di percorso è capire quali stakeholder devono partecipare e come, perché si può concordare che la partecipazione e l’engagement siano aperti a tutti, il punto è come garantire una partecipazione che dia dei risultati e un contributo effettivo allo sviluppo del territorio e, nello specifico, all’I.T.I. come progetto in sé… soprattutto a parità di costo.
Chiaramente questo ragionamento riguarda principalmente i cittadini come stakeholder dopodiché, se parliamo di partecipazione nel senso più ampio, è nella natura dell’I.T.I. prevedere l’engagement di tantissimi attori. Questo perché, se il tema è garantire una continuità degli investimenti e una certa autonomia nella gestione sul lungo termine, allora è importantissimo creare un ecosistema di stakeholder informati e qualificati per strutturare delle collaborazioni concrete in termini di co-progettazione e di co-gestione di determinate attività o di specifici investimenti… cosa che voi di CISA già fate attraverso il coinvolgimento di Università o associazioni del Terzo Settore di vario genere.
- Come CISA è proprio l’I.T.I. lo strumento che abbiamo individuato per aiutare i territori perché facilita il reperimento e l’ottimizzazione delle risorse soprattutto economiche. La nostra attività si basa sul fornire supporto alle Amministrazioni locali e, nella tua Tesi, hai portato come caso studio il nostro progetto Smart Land In Valmalenco. Con la tua veste da esterno e studioso, quali sono per te gli elementi di forza e di criticità del modello?
Il vero punto di forza di CISA è che ha preso una cosa che esisteva sulla carta, definita in maniera un po’ vaga e applicata in tantissimi modi diversi e non sempre efficienti, e le avete dato una dimensione di concretezza che si è tradotta in una metodologia che si sta evolvendo. È sicuramente un approccio sperimentale e questo è un punto di forza: non è una metodologia fissa, ma è dinamica e flessibile, che si evolve per come si evolve il percorso di CISA sui diversi territori su cui piano piano inizia ad espandersi. Avete dato un corpo a un’idea, avete creato una forma: l’I.T.I. è l’idea, la metodologia di CISA è il contenitore vero e proprio. Dentro, poi, ci sono tanti pro insiti dello strumento in sé: ovvero l’integrazione dal punto di vista delle risorse e delle priorità tematiche, ma anche il fatto di immaginare un’unica strategia che riesca a toccare tutti i punti salienti dello sviluppo dei territori contemporaneamente e che, anzi, sfrutti proprio le sinergie che naturalmente esistono fra le sovrapposizioni.
Voi siete entrati in un mercato che non c’era, con uno strumento che in teoria c’era, ma che non aveva una sua dimensione concreta.
Un limite a cui siamo arrivati, ragionando anche con Martina Lombardini, è che la scalabilità non vale solo per il pubblico ma anche per i privati: l’obiettivo di CISA è, sì, avere un vantaggio competitivo perché il modello l’avete sviluppato voi, ma l’obiettivo ultimo non è quello di tenervelo, anzi, sviluppare un modello che possa essere applicato a tutti, su scala nazionale, non dovrebbe nemmeno essere responsabilità di un’azienda privata. Questa responsabilità, adesso che c’è una base, dovrebbe essere assunta dal pubblico e dal mondo della Ricerca.
Per quanto riguarda le criticità, direi che di base c’è un tema di fiducia: ovvero attrarre i partner privati è sfidante perché si lavora con delle Amministrazioni, quindi è necessario rendere più accattivante l’idea di intraprendere un investimento di questo tipo, ma questa è una dinamica generale di chiunque voglia utilizzare una metodologia un po’ più concreta per lo sviluppo territoriale… come anche il fatto che i costi iniziali ricadano quasi interamente sul privato.
Un’altra criticità di questo modello, infatti, è che esiste una barriera importante all’accesso, ovvero gli investimenti iniziali sostenuti dall’Advisor: le aziende che meglio possono fare questa attività, però, secondo me non sono le big, ma sono invece delle società piccole, italiane, non necessariamente che provengono dal territorio (come d’altronde vale per CISA), ma che quantomeno abbiano la volontà, il tempo e le possibilità di impegnarsi e capire, di conoscere, di parlare con tutti, di approfondire, di creare proprio un legame con il territorio… altrimenti il modello non funziona.
Concludo evidenziando un altro aspetto carente, ma su cui so che state lavorando: il tema della comunicazione degli impatti. Questo non è un limite del modello, semplicemente siamo in una fase iniziale dove ancora manca quella componente che è fondamentale venga sviluppata: il lavoro che fate, infatti, deve essere comunicato tanto e bene, anche con il supporto dell’Unione Europea e mediante l’infrastruttura digitale, con un sito che sia user friendly. Questo diventa fondamentale per capire e costruire l’interesse sull’I.T.I., anche per rendere maggiormente consapevoli i livelli istituzionali più alti riguardo al lavoro svolto sui territori.
Quindi il tema fondamentale per un miglioramento del modello sarà costruire una narrativa dello sviluppo territoriale partendo da informazioni oggettive, riscontrabili, verificabili: partendo dunque dalla misurazione dell’impatto, con criterio.



